Il sole arancione ed una coperta viola

Driiiin. Driiiin. Un battito di palpebre. Eccoci di nuovo nel mondo degli umani. In un lampo, compare il pensiero di tutte le mattine: non ho soldi, non ho illusioni, gli amici sono lontani. Meglio posticipare la sveglia di qualche minuto.

Driiiin. Due battiti di palpebre. Oggi si svolta. Carica e positività. La mia coperta viola sembra fatta di acciaio. Troverò dei soldi per sopravvivere. Devo solo convincermi del fatto che, quando farò capolino dal mio appartamento, le facce che spunteranno non saranno delle maschere pericolose ed ingannevoli.

Apro gli occhi. Li richiudo. Forse masturbandomi la giornata inizierà con il piede giusto. Forse devo solo andare in farmacia a cercare una cura lenitiva per i miei mali. Mi rigiro nel letto, chiudo gli occhi. E’ rassicurante quel nero senza profondità, che non chiede nulla.

Mi osservo. Osservo fuori dalla finestra. Un vascello imprigionato, in secca. Odore di salsedine, cagate di gabbiano, muschi e conchiglie. Un tempo il vascello solcava le onde temerario, superbo, un po’ ingenuo, un po’ folle, verso un orizzonte magico. Il vento lo cullava, lo proteggeva. Il capitano guidava sicuro la sua imbarcazione, cercando di assecondare la corrente, in totale simbiosi con il vento e il suo dolce grido.

Accadde per caso, come in tutte le storie. Era una fresca serata primaverile, e il capitano stava ammirando il sole arancione che si congedava all’orizzonte. Un saluto tenero e fiducioso, prima o poi lo avrebbe raggiunto. La bellezza della sua vita avventurosa e selvaggia, la bellezza di quel sole arancione lo commuovevano fino all’inverosimile. D’un tratto, non successe nulla. O meglio, mancò qualcosa, ma qualcosa di impercettibile, di inspiegabile. Il capitano si agitò, il suo cuore mutò, la sua pelle cambiò.

Ecco, era scomparso il vento. Senza preavviso, senza motivo. La salsedine che profumava la sua pelle iniziò ad impregnarsi in profondità. Il sale diventò scorza dura. Il capitano non si mosse, neppure per un secondo. Aspettava il vento, sarebbe tornato. Aspettava il tramonto, per parlare con il sole, cercando la loro consueta intimità crepuscolare. Ogni giorno che passava, quel tramonto diventava però sempre più pallido, opaco, evanescente.

Un urlo, un grido, un suono. Cos è stato? Proveniva dalla parte opposta del vascello. Con fatica, il capitano sradicò le sue stanche gambe, ormai ancorate al suolo, prese una bottiglia di whisky, e si trascinò pesantemente verso l’altro lato dell’imbarcazione. Dal mare piatto e stagnante comparve un becco, poi una coda, e poi spuntarono delle zampe palmate. Il capitano pensò che ormai fosse giunto il suo momento, aveva sicuramente delle allucinazioni. Eccolo emergere per poi scomparire. Un essere un po’ buffo, un po’..strano. Dapprima si sbirciarono, poi si osservarono a lungo, con timore e curiosità. Il capitano si innamorò, ed un po’ goffamente, essendo anche alticcio, si tuffò in acqua. Doveva seguire questo enigmatico essere. Scusa, vecchio vascello, lupo di mare, porto sicuro, mi congedo da te. Abbracciò il vecchio legno, lo accarezzò con malinconia, ed iniziò a nuotare.

Driiin. Ecco, sta suonando ancora. C’è bisogno di un po’ di follia per affrontare questa città. Uno, due, tre, sono riuscita a sfondare la coperta di acciaio. Quanti dettagli che non ho mai notato in questa stanza. Avvicino all’orecchio una conchiglia bianca e liscia, piena di polvere. Chiudo gli occhi, e mi lascio trasportare dal rumore del vento.

Scorgo in lontananza due sagome. Stanno nuotando, no, ora camminano e corrono sul pelo dell’acqua, ora volano verso un sole arancione che sta lentamente sprofondando sotto la sua coperta viola.

Mi piacciono quei due, penso. Il vento non era più tornato. Neppure di bolina potevano andare. Eppure proseguono. Viaggiatori un po’ strani. Visionari e coraggiosi.