Bolina prende il treno

Bolina fa ticchettare le sue unghie laccate di celeste sul vetro appannato del finestrino del treno, proprio sopra le fessure dell’aria condizionata. Prese del sedile per il carica batterie rigorosamente rotte. Bolina si gratta la testa e, guardandosi intorno, scruta i soliti studenti pendolari un po’ rinco, tra chi si asciuga la bavetta da sonno con il dorso della manica, chi cerca di sbrogliare quelle maledette cuffie che mannaggia al clero si sono attorcigliate di nuovo, chi ripassa o forse legge per la prima volta una pagina di appunti prima di un esame. Bolina sbadiglia e riguarda fuori, ciminiere all’orizzonte, con le prime luci del mattino. Marghera davanti a lei, con i suoi fari un po’ centrale elettrica e un po’, cara la mia Bolina, avresti anche rotto con questo registro letterario finto metallico.
Ma lo sai che una volta Piazza delle Erbe era strapiena di gente? Ci venivano anche da fuori Padova, e c’erano i sound degli spazi sociali della città? E ci mettevi ore e ore ad attraversarla tutta sbonzandoti con gente conosciuta negli angoletti in cui non potevi più passare? Poi non ti dico che tempi, anche le risse tra sbronzi erano meglio, avevano un sapore migliore. Oggi è tutto diverso.
No, Bolina non lo sa, e le dispiace anche parecchio. Le sono sempre piaciute le risse, e i rissosi. Oggi quelle tre piazze tanto vissute sono simili a una bomboniera di ciottoli e vecchi monumenti, lucine e signore venetiste imbellettate, di quelle che ti squadrano dalla testa ai piedi se esci in infradito di casa per andare a fare la spesa. Per non parlare del palazzotto del Comune con il suo lungo cancello di ferro battuto, e dei nonni vigili, grande pensata anti-degrado, che invece di giocare con i nipotini dopo un’intera vita di lavoro, ti fischiano mentre ti diverti a farci lo slalom con la bici come fossero birilli.
Bolina guarda in su, scaccia un batuffolo di nebbia con la mano e scopre il cielo, di quelli azzurri gelidi con le nuvole che sembrano dipinte e appoggiate sulle casette basse della città. Ruttino di spritz e via così.
Bolina va a letto col magone e si sveglia con l’ansia, perché questa città è strana, perché sembra di vivere sotto un bicchiere, perché ti fa venir voglia di ribaltare i giornalai con i loro strilloni da medioevo, di fare lo sgambetto ad ogni professore in università, perché ti risveglia tutte quelle emozioni contrastanti e paranoiche che ti fanno camminare a testa bassa per la strada pensando che tutto questo in qualche modo, che non sai, dovrà pur cambiare.
Bolina compra un panzerotto pancetta e gorgo e fa lo zaino, ‘sta volta si va a sud, per poi tornare, o forse no. Correndo alla stazione sbatte su un ragazzino napoletano vestito da militare che si sgrilletta il mitra (anche quello anti-degrado) e salta su un altro treno. L’ansietta si calma, si nasconde dietro l’intestino tenue, pronta a tornare, e le budella si fanno vibranti, legandosi alle rotaie e alle gallerie e poi finalmente la tempesta (o era il panzerotto?) si dirada e appaiono le prime stazioni sotto il Po, Bologna e i suoi murales e i capannoni con i mattoncini rossi, Firenze con la sua stazione nera e i suoi piccioni dipinti sui vetri, e infine Roma, quella di chi se ne va ma che tanto, poi, non si sa quando e non si sa come, ritorna.
Bolina guarda avanti, e poi si guarda indietro, gira il suo becco di centottanta gradi e sorride, si arruffa le piume e si butta di pancia nel Tevere, ma forse è l’Arno, ma che dici è la melma della laguna, ma no è il Piovego! Guarda ci sono anche le anatre e i cigni con le ali spezzate!
Bolina cerca tra i sassolini e i detriti del fiume e scopre un pertugio, ci si infila, nuota, non ha più aria, si dimena, annaffa e si aggrappa con gli artigli al coperchio di un tombino. Lo alza ed eccole lì, le altre boline, ma non sono come lei, sono tutte diverse, ognuna con il suo asterisco, il suo zaino e il suo panzerotto in mano. Uno di loro ha una minibolina con i capelli rossi in braccio.
Il cielo diventa verdastro e una pioggia elettrica si riversa sulla città, qualche bolina gioca con le correnti e fa meravigliose acrobazie in cielo, altre invece si schizzano con le gocce colorate e altre ancora si bevono una birra ridacchiando sotto un porticato.
Bolina fa una riverenza, una giravolta e via non c’è più.
Rimane il vento, che per fortuna si sta alzando.