Una leggenda del mare

Rosso si spande prepotente nel bicchiere di plastica, ché sono le undici, coprifuoco del vetro.
Al netto di poche notti magiche di mezza estate, stasera Simone ha il karma che sa di Campari.
“Guarda, guarda il ghiaccio! Si accende!” Sara non presta attenzione ai vaneggi dell’amico, è concentrata sul colore della cannuccia. Ne sceglierà una tra venti, cinquanta, cento. Le piace scegliere. Come quella stessa mattina ha scelto di scrivere sui muri del parco SPORCO ERDOGAN.
Colpo di scena, prende tre cannucce: gialla, rossa e verde. “Stasera brindiamo alla resistenza del Rojava, in culo all’arroganza turca!”. Simone la guarda con quegli occhi familiari di sbronze ricorrenti, lo sguardo che passa attraverso le cose per fissare niente, presto la sua voce suonerà qualche minchiata visionaria, Sara lo sa già, lo conosce a memoria. Come quando fanno sesso e sa già che Simone verrà sulla sua coscia destra, lungo la cicatrice di quell’incidente in motorino, di cui ricorda il vento sulla faccia, sempre più duro man mano che la velocità aumentava.
“Andiamo via, accompagnami a casa”. Sara vive nel monolocale di sua zia nei pressi della Specola.
Mentre attraversano il Ponte dei Tadi, Simone chiede di fermarsi, deve vomitare. Ricurvo sul ponte, appoggiato alla ringhiera, c’è un uomo che fuma Fortuna blu. Il pacchetto è quasi pieno accanto al braccio libero, con la mano semichiusa sulla superficie del muro basso, affacciato sul Piovego.
Scendere dalla bici ancora in corsa, com’è solito fare Simone, piccolo vezzo rituale che innaffia il suo ego bonsai, ora si rivela un azzardo eccessivo. Saluta l’equilibrio beffardo, cade, rotola sulla strada ciottolata. Se avesse potuto catturare due fermi immagine distinti, primissimi piani sulle bocche dell’acrobata ubriaco e dell’uomo solitario, Sara avrebbe notato due sorrisi identici. Prova a tirare su l’amico che ancora ride, rallentato, col gomito rosso, di sangue o Campari. L’uomo che fuma Fortuna blu si avvicina per aiutarli, ha i capelli che vanno dal nero al bianco passando per il grigio, tre sfumature della vita che passa. È forte, ancora non ha parlato, ma gli occhi incrociano quelli della ragazza con una tenerezza che apparentemente poco si addice ad un momento tragicomico. Nella parte interna dell’avambraccio destro, Sara nota un tatuaggio, con alcuni tratti in rilievo sulle vene gonfie per lo sforzo. Una scritta: BOLINA. Tra i diversi lavori precari che svolge per pagarsi l’affitto e gli studi, Sara fa tatuaggi. È attratta da quel nome, di un inchiostro vecchio ma di un colore che resiste. “Grazie.” Passano secondi pesanti. È incerta su come porsi, nonostante sia raramente incline a misurare le parole, ma quell’uomo così presente nello spazio occupato dal suo corpo, così diverso dalle comparse indifferenti che quella sera girano per il centro, la mette a disagio. Ancora non parla. Ancora sorride. “Mi piacciono i tatuaggi. Cioè, disegno tatuaggi qualche volta. Mi piace il suo tatuaggio. Quello sul braccio. Mi chiamo Sara”. Intorno c’è quasi silenzio, interrotto dai conati di Simone che vomita a più riprese. “E’ il nome di una leggenda del mare. Mio nonno faceva il pescatore nella laguna veneta. Mi raccontava sempre di cefali, storioni, branzini, anguille. Sempre, a parte una mattina dell’inverno del ’73, quando mi parlò di un ornitorinco. Una specie di mostro marino che si diceva comparisse in acque agitate per attaccarsi alle barche che avevano deciso di prendere il largo nonostante la tempesta. Barche temerarie, pescatori folli. L’animale col becco d’anatra ne diventava il motore, le spingeva controcorrente con forza ostinata. I pescatori lo chiamarono Bolina, come l’andatura delle imbarcazioni a vela che permette di risalire il vento. Ho deciso di tatuarmelo perché adoro l’abbandono, mi ricorda che a volte è necessario insistere. Affinché nelle situazioni avverse, in cui si parte svantaggiati, si possa andare di bolina, con Bolina, la leggenda del mare.”

Sara guarda fuori dalla finestra. Scrosci di pioggia lavano la Torlonga, mentre riprende in mano la macchinetta a bobine elettromagnetiche con cui si sta incidendo la pelle. Sulla coscia destra, appena sotto la cicatrice di quell’incidente di cui ricorda il vento forte sulla faccia. Sta scrivendo un modo di insistere, di resistere, il nome di una leggenda del mare.